Blog » Psicopillole » 11 settembre

11 settembre

11 settembre

11 settembre, 8.46 ora di New York. Le 14.46 in Italia.
Sono passati 13 anni, ma quest’ora in quel giorno me la ricordo ancora.
Stavo guardando la tv. Rete 4 per l’esattezza. 
Ero ancora all’università. Mia madre aveva subito un intervento di cardiochirurgia un mese prima ed eravamo un po’ tutti sotto sopra, ma finalmente rilassati per il buon esito, in attesa che terminasse la sua convalescenza e potesse tornare in forma.
Era in cucina che sistemava qualcosa.
Rumore di pentole, piatti, acqua che scorre nel lavello.
Il sole fuori, troppo caldo per fare due passi e godersi la fine delle vacanze. Libri sulla scrivania, in attesa di essere riaperti per ripassare per gli imminenti esami della sessione autunnale.
Scene di un film, di quelli che danno al finire dell’estate, tanto per impegnare lo schermo e cullarti mentre resti assopito post-pranzo.
E d’improvviso il faccione abbronzato di Emilio Fede che interrompe tutto e spunta dal nulla.
Edizione straordinaria.
Me la ricordo quella visione.
Rimasi turbata, interdetta, incredula.
Sembrava un film, uno di quelli che vedi al cinema, sullo stile della guerra dei mondi e delle invasioni aliene.
Dopo qualche istante iniziai a realizzare la cosa.
Mamma! Vieni, guarda!
I brividi.
Che disastro. Ma li salveranno tutti, pensavo. Ora vedrai che salgono i pompieri e li salvano. Manderanno elicotteri o qualcosa di simile a recuperare quelli degli ultimi piani.
Sono americani. Loro risolvono sempre le cose. Sanno sempre cosa fare. Credo.
E mentre il dubbio e i pensieri si rincorrevano, si restava li, fissi, inebetiti, a guardare il faccione di Fede, aspettando che annunciasse che era stata trovata una soluzione, che tutto sarebbe finito a momenti. In fondo si trattava di un disastro aereo.
Ma mentre si iniziava a capire, a realizzare l’accaduto, un urlo.
Il collegamento con la CNN resta muto per qualche secondo.
Un altro aereo, nell’altra torre.
Fede spalanca gli occhi. Non sa che dire. Inizia a farfugliare qualcosa. E la prima frase sull’attentato emerge.
Si inizia a capire. E’ terribile.
E mentre sopraggiunge la notizia del terzo aereo caduto sul pentagono, ecco che annuncia anche quella dell’aereo ancora in volo, dirottato.
I passeggeri sono riusciti a telefonare, inviare sms, far sapere cosa accade. E’ il panico.
E mentre ci si interroga sul da farsi, continuando a mantenere fissa l’immagine sulle torri in fiamme, un boato.
Pelle d’oca all’infinito.
E le torri che si ripiegano su di sè, sgretolandosi come un castello di carte.
E lo stomaco che si chiude, definitivamente.
Quasi 3000 vittime. Più di 6000 feriti.

Ci sono stata anni dopo a ground zero. Ci sono capitata, a dire il vero.
10 anni dopo. E ancora, nonostante un decennio, risuonava l’eco di quelle voci. L’assenza, il vuoto. Il male che lascia il segno.

Non so dove eravate voi, in quel giorno, a quest’ora.
Ma ovunque foste, sono certa che il ricordo di quegli attimi ci accomunerà per sempre.

Commenti