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2 giugno 2010: Milano – Gallarate, sola andata.

05.00 del mattino. Milano-gallarate, sola andata. Guardo il mondo scorrere fuori dal mio finestrino, risvegliata dai toni caldi del primo sole. Sto andando al mare. Ne ho davvero tanto bisogno. Bardata come pochi, tra borsone, zaino e sacco a pelo, sembra che io ce l’abbia finalmente fatta e, nonostante i giramenti di testa mattutini, sto viaggiando da sola verso il punto di ritrovo per la partenza. Tra mezz’ora, se tutto andrà bene, raggiungerò Teo, che mi aspetta fuori dalla stazione di Gallarate, e ci dirigeremo verso la costa azzurra. Finalmente.
Sulla scritta a led del treno scorre la frase “treno ad alta frequentazione”: che battuta, penso. Tolto un italiano e 5 extracomunitari, il treno è totalmente vuoto. Ripenso all’altra sera e alla paura e un brividino mi scorre lungo la schiena. Speriamo vada tutto bene. Non c’è nulla di più brutto che sentire la città che ami diventarti ostile, sentirti sola profondamente e soprattutto, non poterti nemmeno fidare più del tuo corpo, delle sue reazioni che da 33 anni conosci benissimo. O almeno così credi.
Uscire da un ristorante il lunedì sera, dopo una giornata di lavoro, chiacchierando con un’amica. Risate, confidenze, chiacchiere a non finire. E poi, li ad aspettare il taxi e qualcosa non funziona. Un leggero giramento di testa che si prolunga a dismisura, nonostante si cerchi maldestramente di dissimulare, appoggiando la borsa a terra e fingendo di cercarvi qualcosa. In fondo si sa, io odio chiedere aiuto e creare problemi agli altri e aimé, non mi lamento praticamente mai per nulla. Ma la testa gira e continua a girare, sempre e ancora di più.
Non si riesce più a far finta di nulla. Il ristoratore esce, si preoccupa. Diavolo, farò la figura della drogata impasticcata, penso. Mary si preoccupa e, arrivato il taxi, mi aiuta a salire. Ma non è convinta di lasciarmi sola. Discute col tassista sul come caricare la sua bici in auto per venire con noi e potermi accompagnare. Ed io intanto, entro nel mio mondo per interminabili minuti. Spaventosi, assurdi minuti. Un blackout totale. Incredibile quanto il tempo possa dilatarsi all’infinito se intriso di paura. Mi risveglio dopo tempo immemore, riversa sul sedile posteriore del taxi, convinta di essere già a casa nel mio letto. Ma il taxi è ancora fermo nello stesso punto. Il tassametro intanto da 6 euro è passato a 15. Lo guardo e, ancora disorientata, realizzo a fatica quel che mi sta capitando.
“Mary sto bene, stai tranquilla”, dico. Mi guarda perplessa e preoccupata, ma alla fine la convinco. Detesto far preoccupare le persone che mi vogliono bene. Mentre torno a casa, ancora disorientata e dispiaciuta per l’accaduto, inizio a meditare sul da farsi. Il tempo di salire e tranquillizzare Mary al telefono e chiamo la guardia medica. “Anni? Svenimento prolungato? Signorina, vada in ospedale”, dice perentorio. “Perchè?”, chiedo preoccupata. Mi elenca una serie di possibili diagnosi angoscianti. “Potrebbe essere ischemia. Lei vive sola? E se le succede qualcosa di nuovo stanotte?”, dice e continua “non ha qualcuno che possa accompagnarla?”. Accompagnarmi, certo. A mezzanotte ho una fila infinita di persone che son li, pronte e scattanti, x vedere se mi piglia un’ischemia cerebrale. Che domande!
Mi reinfilo le scarpe, scendo in strada sconfortata. Sarà peggio l’ischemia o la mia piazza semideserta con extracomunitari e ubriachi a mezzanotte? Ma, chissà!
Acchiappo al volo un taxi e corro al pronto soccorso del san Raffaele. “Ma é sola?”, chiedono all’accettazione. Proprio non capisco. Siamo nell’era dei single e tutti si stupiscono che uno arrivi da solo e con le sue gambe in pronto soccorso.
Mi attaccano al rilevatore automatico di pressione e mi schiaffano al volo su una barella, nell’ultimo angolo in fondo della saletta di osservazione. Chiusa dietro la tenda tirata nella penombra, sento le voci dei pazienti e dei loro parenti che, chiamando medici e lanentandosi, si danno un da fare incredibile x attirare l’attenzione sul loro caro. Io sono sola. Io e il mio iPhone.
Qualche messaggio su FB tanto per far sapere al mondo dove sono, per lasciare una traccia. Un SMS ad un amico, con poca speranza che lo leggesse, lo fa volare dopo poco da me. Non c’è niente di più bello, quando si sta male e si ha paura, del vedere una faccia amica.
“Allora come va?”, dice sorridendo. Gabry é letteralmente la miglior persona che uno vorrebbe accanto in certi momenti. Niente ansia. Un sorriso e stempera subito la tensione. E tra una battuta e l’altra, riesce a distrarmi perfettamente. Attacca il casco al trespolo portaflebo e mi abbraccia.
Finalmente arriva la neurologa. “Si tocchi il naso con la punta delle dita”. Ma questo non era quello che facevano fare agli automobilisti ubriachi?! Resto perplessa. “Ora si tocchi il ginocchio con l’altro piede”. Eseguo. Chiama il cardiologo e tra un esame del sangue e un ECG, mi fanno un tagliando completo. Revisionata al 100%.
Gabry intanto è sempre li, col casco in mano e un sorrisone accogliente e simpatico. “Vedi? a volte sparisco, ma quando c’è bisogno, basta che chiami che io ci sono”. Sorrido. E mentre lui gioca con un guanto usa e getta nella stanzetta buia di osservazione, facendo lo stupido per farmi ridere, penso a quanto sia incredibile ciò che mi sta capitando.
Tempo fa un amico ha scritto uno status su FB che diceva “ho 300 amici in lista. Vorrei proprio sapere quanti di questi correrebbero ad aiutarmi se ora avessi bisogno di un farmaco salvavita in farmacia”. Questa frase mi aveva colpito.
Un amico non è quello che brinda con te alle feste. È proprio chi è disposto ad uscire a mezzanotte di casa per restar con te fino alle 4.30 del mattino in ps a rassicurarti e farti compagnia. E quella notte, ho ricevuto incredibili e sorprendenti risposte di questo tipo. Niente mi ha mai sorpreso tanto. Niente mi ha fatto sentire meno sola. Io, la mia barella blu come il mare, la R stampata in alto sulla tenda tirata, la paura, il freddo, il pianto degli altri, la frenesia dei dottori, il sonno, il senso di vuoto e solitudine. Emozioni sparse di una notte spaventosa. E il sorriso di gabry, tatuato nel cuore, a ricordarmi che bisogna sempre star sereni e avere fiducia nel mondo, perché in mezzo al marcio che dilaga ci sono sempre persone buone e vere che ti vogliono bene in modo genuino.
“Ha avuto una sincope probabilmente dovuta ad un forte calo pressorio e a stress. Va monitorata e soprattutto le ho prescritto esami di approfondimento per il cuore. Nel frattempo, mi raccomando, non porti pesi e non faccia sforzi”. La dottoressa è gentile ed ha un’aria accudente. “Mi raccomando. Si riposi, vada in vacanza! Ora c’è qualcuno che può accompagnarla a casa?”. Sorrido. Non sono sola, ora. L’infermiera tirocinante dell’Università vita salute, mi estrae l’ago dal braccio. “Anch’io ho studiato qui”, le dico sorridendo, guardando la targhetta del suo camice. Diventa rossa e balbetta “Ah si? Ehmm.. io sono all’ultimo anno”.
Saluto tutti con le dimissioni in mano e la pila di ricette rosse degli esami che dovrò fare.
Gabry mi accompagna a casa, sale, mi apre la porta e si accerta che stia bene. “Se hai bisogno, chiama ok?”.
Mi metto a letto ripensando alla serata e sorrido, pensando a che fortuna ho ad esser circondata da persone che mi vogliono più bene di quanto avrei sperato. Cosa rara, nella società frenetica e superficiale, dei brindisi e degli happy hour, in cui viviamo, dove tutto sembra vero e forte, ma per la maggiore è più finto che mai.

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