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21 giugno 2010: Amare

Due chiacchiere seduti attorno al tavolo della cucina, mentre il kiss fa spola tra le mie mani e quelle di mio padre, elemosinando e ricevendo fiumi di coccole, come suo solito. Ma qualcosa non va. Mio padre, un omone di ottanta chili, tanti quanti i suoi anni, si rattrista di colpo ed inizia a tremare vistosamente.
Nonostante il braccio ingessato, lo afferro e lo aiuto ad andare in camera e a sdraiarsi nel letto. L’aria si fa seria e preoccupata. E mentre la febbre sale rapidamente, io e mia madre corriamo come mine vaganti tra Riccardo di un anno che piange, mio padre e il telefono.
Il Kiss, con il suo muso imbiancato dal tempo, resta a guardarci poco distante, coi suoi occhi color miele, intrisi di tristezza e paura. E’ un banale virus influenzale, ma lui non può saperlo. Osserva attento i nostri sguardi preoccupati, ascolta il tono della nostra voce, le telefonate al medico. In un attimo è li, nonostante la stanchezza della vecchiaia e le ossa ormai dolenti, di fianco al letto di mio padre, suo inseparabile amico, con le orecchie basse, piangente. E l’emozione è così forte che, tentando di scansarsi mentre gli passo a fianco, quasi si sentisse di troppo, cade ripetutamente, ciondolando sulle zampe posteriori in preda al panico e si siede mogio a cuccia, in un angolo, in attesa.
Lui accorre sempre quando qualcosa non va. Non so come faccia a capirlo, ogni singola volta. Se qualcuno piange, chiede aiuto, lui c’è. Subito. Distinguendo nettamente persino i diversi tipi di pianto di mio nipote ed accorrendo solo se necessario.
Lo guardo, li sdraiato con il muso appoggiato di lato sopra ad una zampa, mentre con lo sguardo perso nel vuoto pensa a chissà che. E penso incredula ai cani che ogni giorno vengono maltrattati, abbandonati, definiti da miei simili, come meri animali. Ma può un “animale” definibile solo come tale, accorrere se stai male, chiedere per te aiuto, soffrire per te tanto da perdere l’appetito e restare a vegliarti finchè non ti riprendi? Quanti esseri umani conoscete che farebbero questo per voi?
Io non molti. Forse nessuno sa davvero amare tanto. Nessuno che cammini su due zampe, almeno. Ma il Kiss è un essere speciale. Lo è sempre stato, fin dalla prima volta che ci siamo incontrati, dodici anni fa.
Non volevo prendere un cane. Ne avevo avuto uno per ben tredici anni. Sempre un pastore tedesco. Era morto il 5 luglio del 1995, il giorno dei miei orali di maturità, il giorno più bello e più brutto della mia vita, fino a quel momento. Ed ero stata così male che per cinque lunghi anni, nessuno nella mia famiglia, aveva più pensato ad un cane. Quel giorno di dodici anni fa però, ero a zonzo con mio padre. Una giornata splendida, un sole caldo estivo che risplendeva sul mondo con tutti i suoi colori più vivi.
“C’è una signora che ha una cucciolata di pastori tedeschi. Dice che li deve dare via. Andiamo a vederli?”, chiede mio padre, sperando in una risposta positiva. Un altro cane? vorrebbe dire stare prima o poi di nuovo male. E non so se me la sento di ripassare per quell’esperienza. Ma mio padre insiste “li andiamo solo a vedere! Dai!”.
Entriamo in un cortile, triste, poco curato. I due pastori tedeschi adulti sono rinchiusi in un box e saltano e ringhiano. “Non mi sembrano esattamente dolci e buoni papà”, dico dubbiosa.
Ma da dietro l’angolo sbucano i cuccioli. Uno più bello dell’altro. “Ti piacciono? dai, se vuoi ne scegli uno e lo portiamo a casa!”. Li guardo indecisa e ancora poco convinta. Ne afferro uno con il muso color miele e l’aria simpatica. Ma ecco che la proprietaria strilla, rincorrendone un altro che scappa, salendo le scale di un granaio. “Vieni qui tu! sei una peste!! se ti prendo…”, urla al cucciolo.
Lo afferra per la collottola, scende le scale e lo appoggia a terra, vicino alle mie superga. E mentre riguardo quasi convinta il cucciolo che ho in braccio, la piccola peste inizia ad afferrarmi i lacci delle scarpe, a slacciarle e a rotolarsi, aggrovigliandocisi.
La signora ride. “C’è chi sceglie il cane secondo canoni estetici. E c’è chi invece è più fortunato e viene scelto. Nel secondo caso, di solito, la scelta funziona meglio”, sentenzia. Appoggio il cucciolo che avevo in braccio e afferro la piccola peste. Un secondo dopo, tra le mie braccia, mi bacia la guancia, come a ringraziarmi di averlo salvato dall’arpia. “Hai deciso per quello?”, domanda mio padre sorridendo. “E’ scappato sulle scale per attirare l’attenzione, mi ha tirato le stringhe per convincermi a prenderlo ed ora mi sta riempiendo di baci. E’ il mio cane”.
Mio padre sorride contento. Lui è come me: non sa stare a lungo senza un quadrupede intorno che gli dia quella speranza nel mondo che gli esseri umani troppo spesso non riescono a darti. “Come volete chiamarlo?”, chiede la signora. “E’ dolcissimo. Ha gli occhi più dolci che abbia mai visto in un cane. Sembrano quasi umani. E poi mi ha baciato. Kiss, chiamiamolo Kiss”.
In auto, tra le mie gambe, accucciato sotto il sedile, ha tremato per tutto il viaggio verso casa.
Era così tenero e indifeso. Scesi dall’auto, sempre tra le mie braccia, lo adagio in mezzo al giardino. Resta immobile, attonito, incredulo. E mi guarda, con quegli occhioni grandi, interrogativo. Come a dire “e ora io qui cosa dovrei farci?”. Sorrido. “Kiss è casa tua, è il tuo giardino. Vai pure, esplora!”. Sempre con gli occhioni fissi su di me, si allontana di qualche passo esplorando, sempre attento a non allontanarsi troppo, cercando nel mio sguardo conferme continue.
Da quel giorno siamo stati inseparabili e negli anni, in ogni mio momento difficile, lui è sempre stato con me. Mi ha visto piangere, scoppiare di gioia, essere in dubbio sul futuro e avere paura. Li, pronto con la sua zampa, a darmi conforto, quasi a dire “guarda che io ci sono”. Ancora oggi, quando il we faccio ritorno in provincia, è lui il primo che saluto ed abbraccio. Ed è lui l’ultimo che saluto, con un bacio ed una carezza, prima di allontanarmi di nuovo. Lui mi ha scelto e mi ha regalato i momenti migliori della mia vita. Un mare infinito di ricordi, che mi scaldano il cuore.
Guardo la sua fotografia sul comò in camera mia, a Milano. L’unica fotografia presente in casa mia. E sorrido, teneramente. Chiunque dica che il mio è solo un cane, non ha per nulla idea di cosa voglia veramente dire amare.

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