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come tante piccole formichine

Ore 20.15 di domenica sera. La stazione di Magenta è misteriosamente piena di passeggeri diretti a Milano, in attesa del treno, in ritardo come al solito di dieci minuti. Attendo.
Seduta su un muretto di cemento, parlottando con mio papà sul mio futuro, osservo una piccola formica che, operosa come mai un umano sarebbe, porta una briciola grande quasi tre volte lei verso una meta a noi sconosciuta.
Passa un direttissimo. Polvere a non finire, rumore, una ventata accompagnata da un fischio acuto. E la formichina è ancora li, imperterrita, che continua a trasportare le sue riserve per il formicaio. E ce n’è un’altra. Ed un’altra ancora. Tante formichine, sparse, che vanno tutte nella stessa direzione, trasportando tante piccole briciole.
Arriva il treno. Corro, si fatica a salire. Passo il primo scompartimento, il secondo, il terzo e alla fine riesco a salire, calpestando i bagagli dei passeggeri a bordo. Siamo stipati come bestie. Una ragazza accenna un malore, ma non riesce a svenire. E’ così pressata dai passeggeri presenti intorno a lei, da non riuscire a cadere. Incredibile.
“Hanno soppresso un treno e oggi c’erano un sacco di eventi a Torino. Se si spaventa per questo avrebbe dovuto vedere cosa c’era a bordo prima che qualcuno scendesse alle fermate precedenti”, dice un ragazzo sconsolato.
Non c’è aria, ma siamo tutto stranamente solidali. E’ incredibile come scendere forzatamente sotto la distanza intima, faccia sentire le persone vicine tra loro e non solo fisicamente. Qualcuno scende a Rho e con scatto fulmineo, quasi per incredibile fortuna, ecco un posto libero di fianco a me. Mi siedo. Il tanfo è allucinante, nonostante tutti i finestrini aperti. Ed ho pure obliterato il biglietto. Non ho parole. Pagare quasi 5 euro per riuscire a sostare in piedi, calpestando persone e bagagli per riuscire a restar a bordo, è indecente in un paese civilizzato.
Tra me e me penso “lo voglio proprio vedere come fa un controllore a rischiar di venire a chiedere i biglietti, oggi che le porte degli scompartimenti non si aprono da tanta gente sosta in piedi dentro agli scompartimenti e tra le carrozze”. Ma non viene nessuno, com’era prevedibile.
Arrivo a Milano e scendo. Saluto con un sorriso chi ha condiviso con me quest’esperienza, breve ma intesissima, quasi fossimo diventati vecchi amici. Arrivo alla metropolitana. Un fiume di persone, incredibile e inimmaginabile per l’ora. Peggio delle 8 di mattina del lunedì.
Tutti accalcati in fila per il biglietto, tutti in coda allo stesso tornello, tutti ammassati dietro la linea gialla sulla banchina, in attesa di un altro treno.
Una ragazza bionda, esile e carina, con una supervaligia formato famiglia, scende le scale a fatica, trascinando quell’enorme peso. Andiamo tutti nella stessa direzione. Tutti con il nostro bagaglio più o meno colorato, più o meno grande. E mi sembra di esser immersa in un fiume di formichine.
Tutte imperterrite, dirette verso la stessa direzione. Verso casa con, in qualche modo, le proprie “provviste x il formicaio”.
Curioso. E un pensiero mi accarezza la mente. Solo più o meno un’oretta fa, osservavo formichine dirette al formicaio, con quell’enorme peso da trasportare. Chissà chi osserva noi, nel cosmo, correre come pazzi tutti nella stessa direzione, con i nostri bagagli colorati, mentre facciamo ritorno a casa.

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