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Sono una psicoterapeuta o così pare

psicoterapeuta
Caspita, è un sacco che non scrivo qui.
La nottata ormai è finita, digito a fatica e sbaglio una lettera su due.
Ed ormai siamo al 18, il mio UFFICIALISSIMO giorno di ferie.
E io sono una psicoterapeuta.
E mi viene il panico.
E ora?Ho lottato una vita x un sogno, e piano piano l’ho realizzato, andando avanti con un piccolo carroarmatino, tra alti e bassi.
E senza quasi accorgermene, senza aver davvero compreso che la fatica stava finendo, sono arrivata a stasera.
Ed ora, ho raggiunto davvero tutti i miei obiettivi.Mi scorgo ad osservare sul sito dell’ordine, oltre alle formalità x registrarsi come psicoterapeuta, anche la lista di corsi e master per il 2009 e mi viene da ridere. Quasi ora dei miei we liberi, dopo anni sui libri all’università e anni nelle aule della scuola di specialità, non sapessi più riappropriarmi di cotanto tempo libero, quasi fosse sprecato.
Chissà se reimparerò velocemente o se mi farò riprendere nel vortice di qualche nuovo corso.
In fondo, dopo un master triennale, una laurea magistrale e ora una specializzazione quadriennale, più qualche corso e corsetto tra robette di qualche mese e seminari FAD, direi che mi son sempre tenuta occupata alquanto e forse è ora di smettere, x un po’.

discussione-tesiHo già chiesto di entrare nel gruppo di ricerca. Quasi fossi una kamikaze che qualche sera nella vita vuole proprio vedersela fregare dal lavoro. Quasi quel che già mi frega, nn bastasse. Ma mi dispiace lasciare la scuola.
Odio i cambiamenti e, per quanto il restare in una situazione necessiti disagio e fatica, sono restia a modificazioni di assetti preformati e stabili e il non rivedere quelle facce, così ormai avvolte di un’aura di amore/odio in ognuno dei miei we, mi lascia attonita.

Ma la mia giornata è ormai finita. Quella in cui esci psicologa e rientri psicoterapeuta e non sai ancora come sia potuto succedere, come davvero tu sia riuscita ad affrontare tutto questo.

10 anni di impegno costante, necessario, assurdo, ma così tanto utile.
Voglio alzarmi domani riposata, sperando di non avere questa strana malinconia nel cuore, questa incapacità a gestire così tanto tanto tempo.
In questo istante, paradossalmente, mi sembra di capire ancor meglio mio padre quando, con aria triste, mi dice quanto gli piaceva lavorare e avrebbe voluto morire facendo quel che faceva, immerso, continuamente, nel lavoro. Tanto da potersi lamentare, da sentire la fatica arrivare oltre i livelli massimi. Eppure felice. Ecco, quasi, ora, tra la stanchezza e l’incredulità e l’empasse di chi non sa cosa succederà ora e se succederà davvero qualcosa, mi sento un po’ così e un po’ lo capisco.

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